Associazione Medici Cattolici

INSEGNAMENTO S.E. MONS MANSUETO BIANCHI TENUTO IN DATA 6 DICEMBRE 2007 ALL’AMCI DI PISTOIA

(visto che ormai la strada sembra questa…. ritengo utile inserire tutto lo sbobinamento dell’incontro… per chi volesse anche l’audio  per ora —> http://www.pozzodigiacobbe.it/Home/Il_Cuore_del_sito/MansuetoBianchi/AMCI_06_12_2007.html)

“GESU’ e le  GUARIGIONI degli AMMALATI ” – sbobinamento

Il tema che mi è stato chiesto di trattare, “ Gesù e la guarigione degli ammalati ”, si presta a tutta una serie di teorizzazioni; ma il taglio che è stato scelto è quello di trarre dal racconto diretto dei Vangeli, quanto si può cogliere, quasi come dal vivo, per quanto attiene al comportamento di  Gesù  nei confronti del malato.

Per questo ho scelto di affidarmi direttamente al Vangelo, laddove ci racconta uno degli incontri di Gesù con gli ammalati. E il testo che ho scelto è il capitolo V del Vangelo di Marco, che narra gli episodi dell’emorroissa, la donna che soffriva di emorragie, e della figlia di Giairo, morente, perché ci permette appunto di analizzare il comportamento di Gesù e di trarne considerazioni non tanto, o non solo, teologiche o filosofiche, quanto anche spirituali. D’altra parte, sulla strada del Natale, come siamo, (vedi l’omelia, al riguardo), sembrerebbe quasi un impoverimento, limitarsi a commentare il passo evangelico solo dal punto di vista teologico o/e filosofico. Incontro al Natale, infatti, si cammina con la testa e col cuore; si cammina con la vita; per cui la riflessione di stasera non può non tener conto di tutti gli aspetti su accennati.

Il primo passo da compiere è quindi quello di lasciarsi raccontare l’episodio dell’incontro di Gesù con gli ammalati direttamente dal Vangelo di Marco (5, 21-43)

Essendo passato di nuovo Gesù all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla, ed egli stava lungo il mare. Si recò da lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi e lo pregava con insistenza: «La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva».Gesù andò con lui.
Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male. Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi mi ha toccato il mantello?».
I discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?». Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Gesù rispose: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Và in pace e sii guarita dal tuo male».
Mentre ancora parlava, dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, continua solo ad aver fede!». E non permise a nessuno di seguirlo fuorchè a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava. Entrato, disse loro: «Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». Ed essi lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entrò dove era la bambina.
Presa la mano della bambina, le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico, alzati!». Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare; aveva dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. Gesù raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e ordinò di darle da mangiare.”

In realtà, in questo passo del Vangelo, gli incontri sono due, ma combinati l’uno nell’altro: prima Giairo, il capo della Sinagoga, che viene a chiedere aiuto per sua figlia morente; poi l’emorroissa, che si inserisce mentre Gesù si sta allontanando dal lago per recarsi a casa di Giairo; eppoi ancora, la conclusione dell’episodio, con la resurrezione della giovinetta. Non si tratta, peraltro, di una combinazione puramente casuale; questi due episodi sono, in realtà, fortemente uniti  anche dal punto di vista tematico, oltre che letterario, narrativo; dal punto di vista tematico, perché c’è un unico tema che si dipana fino all’estremo grado, dalla malattia alla morte: la malattia della bambina, all’inizio, e della donna;  eppoi la morte della bambina. Dal punto di vista letterario, dal contatto fisico di Gesù con le due malate – l’emorroissa che voleva ad ogni costo toccare Gesù e Gesù che tocca la figlia di Giairo -; eppoi il fatto stesso che siano coinvolte due donne, oppure la ricorrenza del numero 12: da 12 anni la donna era malata; e la bambina aveva 12 anni. Siamo dunque di fronte a due episodi, ma combinati insieme da una forte unità tematica. Il racconto prende le mosse sullo sfondo di un tumulto di folla, che si stringe intorno a Gesù. Ed è in questo turbinio di volti, di voci, di gesti, di persone, che per un momento, l’Autore, pur mantenendo lo sfondo rumoroso della folla, mette a fuoco due volti, quasi come un pittore che riesca a farli risaltare, a balzare in prima fila; a significare che quei due volti, non sono volti qualsiasi, ma rappresentano situazioni nelle quali ci troviamo tutti; o meglio, le loro vicende, le vicende dei due episodi narrati, rappresentano l’alfabeto per decifrare in che situazione si trova la folla; non si tratta di eccezioni;  ma sono la visibilizzazione, la esemplificazione dello stato in cui si trova la gente nel momento dell’incontro con Cristo.
Questo, appunto, sta dicendo l’Autore. Ed è questo un tema di fondo di tutto il capitolo. In altri termini, di fronte alla venuta di Dio e del Suo Regno, di fronte a Dio che entra nelle nostre strade, nella storia, nella nostra vita, , come risulta essere l’uomo, decifrato secondo l’alfabeto del Regno di Dio, l’uomo messo a nudo dalla luce del Suo Regno? Qual è la situazione dell’uomo, nel suo incontrarsi con Cristo? E noi, in che situazione ci troviamo noi, alla luce dell’incontro con il Signore?
La risposta è chiara: l’uomo, raggiunto dal Vangelo, dalla persona di Gesù Cristo, dal Regno di Dio, l’uomo, così come Cristo lo incontra, è in una situazione di malattia mortale; l’uomo è malato dentro, gravemente malato dentro; ed è per di più all’interno di un dinamismo che dalla malattia porta alla morte. Ecco il motivo dell’intrecciarsi dei due episodi evangelici, secondo un tema unico in divenire: dalla malattia dell’emorroissa , alla morte della bambina.
E allora si spiega anche perché un narratore austero come l’Evangelista Marco, si diffonda, in questo caso, in particolari; e comincia col dire che la donna soffriva di emorragie, che ne soffriva da 12 anni, che era stata da molti medici, che non solo non era guarita, ma era perfino peggiorata e che, per curarsi, aveva speso tutti i suoi averi – i medici non ci fanno una bella figura! -. E questo, non per indulgere al prurito della notizia, ma per l’insistenza sulla gravità della malattia. Marco ci vuol dire: guarda, tu che stai leggendo, questa donna sei tu; la situazione di questa donna è la tua situazione. E come lei ha dato fondo a tutte le sue risorse patrimoniali per cercare di guarire, anche tu ti sei speso fino all’ultima stilla per cercare di dare a te stesso la guarigione; ma non ce l’hai fatta; hai esaurito tutte le risorse, e stai peggio di prima. Marco, quindi, non si lascia condurre dalla vena cronachistica, narrativa, ma dall’intento di consentirci la decifrazione di come sta la nostra vita nel momento dell’incontro con Gesù. Questo è l’annuncio che Marco consegna al lettore: come stai, come sei, nella luce dell’incontro con Cristo.
E Marco fa altrettanto quando parla della morte della bambina: la drammatizza. Intanto l’annuncio della sua morte arriva proprio nel momento in cui si sta levando in volo la speranza; suo padre è andato da Gesù, gli ha parlato di lei, gli ha  detto che Lui la può guarire, e ha o crede di avere la soluzione in mano , perché Gesù sta andando a casa sua, dalla sua bambina. E mentre Gesù è per la strada, con lui, gli vengono a dire: ”Guarda, è tutto inutile, è troppo tardi ormai, tua figlia è morta”.
Ed è allora che Gesù pronuncia le splendide, ma anche terribili – per chi ascolta – parole, parole che ci dovremmo scolpire nella mente per quando siamo messi faccia a faccia con la paura, la paura della malattia, la paura della morte: “Non avere paura; continua solo a fidarti!” Non avere paura, continua soltanto a fidarti. – Si fa presto a dirlo. – E intanto, la folla di coloro che erano accorsi per primi alla casa della bambina, magari anche precedendo Gesù, la folla in tumulto, urla e grida, piange e si dispera. Gesù che dice: “la bambina non è morta; dorme”.

E la gente non ci crede e lo deride. E Lui si fa largo ed entra in casa  con i genitori e i suoi tre discepoli – i soliti tre che sono testimoni della Sua Passione nel Getsemani, della Sua tumulazione , della Sua Resurrezione, della Sua Trasfigurazione: vita e morte che ricorrono sempre e vanno sempre insieme; non lo dimentichiamo! –  la prende per mano, le dice “ alzati”, e la bambina si alza e si mette a camminare; Gesù la restituisce così ai suoi genitori  e dice “datele da mangiare”, quasi a significare la ripresa effettiva, piena, della vita. Il male è stato superato, vinto. Ma da che cosa è stato vinto? Dalla vitalità della creatura? Dalle sue risorse? “ Lascia fare, ormai è morta!” era stata pur la notizia. No. Il male è stato vinto da quel “ continua a fidarti” di poco prima.

A questo punto, viene fuori una prima considerazione.

La guarigione di una persona richiede prima di tutto un passo, indispensabile, ma niente affatto scontato, che consiste nell’ammettere di essere malato, nell’ammettere la propria verità. L’uomo, nell’incontro con Cristo, si scopre malato; e allora, la prima cosa da fare è guardarsi in faccia, guardare la propria realtà, riconoscere e accettare questa verità; e non girare la testa dall’altra parte, come troppo spesso l’uomo fa, esponendosi all’uno o all’altro di due rischi ed errori gravi.

Il primo è quello di dichiarare sanità la malattia; dichiarare che non è vero che è malattia, è sanità; va bene così, ne ho voglia, mi piace, lo faccio, è giusto, lo posso fare, è giusto farlo, ho diritto di farlo: la malattia dichiarata sanità; quello che corrisponde, oggi, al politicamente corretto: lo sciogliere i nodi cambiando le parole, che è quasi come aumentare l’altezza di una persona scorciando il metro. Questa è la prima tentazione al giorno d’oggi: quella di dichiarare che la malattia non esiste, che la malattia è normalità, che è normale che uno sia così come si trova ad essere; senza un giudizio su sé stesso, senza alcun discernimento sulla propria situazione.

Il secondo rischio che si corre, il secondo errore grave che si commette, nell’illusione di scansare  il riconoscimento e l’ammissione della propria malattia, della propria verità, molto di moda negli ultimi trenta anni e ancor oggi, è quello di dare la colpa agli altri; quello di pensare che la radice del nostro male sia al di fuori di noi, sia negli altri, nella società: è la cultura dominante, il condizionamento; è pinco ed è pallino; ma tutto per dire che io non c’entro; non dipende da me; è, cioè, il fatto di sottrarsi, o negarsi, alla propria responsabilità, il non prendere in mano la propria realtà; e fuggire.

Un altro importante aspetto di questo episodio evangelico  è la ricorrenza, in entrambi gli episodi, del contatto fisico di Gesù con le due malate.

Il bisogno di toccare Gesù diventa per l’emorroissa come un martellamento: “se io riuscirò a toccare il suo mantello, sarò sanata”. E si sforza di toccare il suo mantello; la folla glielo impedisce; ma lei insiste, si accosta a Gesù dalle spalle, pur di arrivare a toccare un lembo del mantello; ci arriva e lo tocca; e Gesù dice. “ chi mi ha toccato?”. E Pietro:”Con questo putiferio di gente che c’è intorno, chiedi chi ti ha toccato? E’ più facile dire chi non ti tocca”. Ma Gesù, girando gli occhi intorno, in quel vortice di volti, di grida, di gesti, di presenze, individua la donna, la incontra con lo sguardo, come estraendola dalla folla anonima, le restituisce il suo volto di persona.

E lo stesso avviene con la bambina: Gesù la tocca, la prende per mano…

Ma, attenzione,  non è, o non era per niente normale, né il primo, né il secondo contatto; perché secondo la legge ebraica, legge ad un tempo religiosa, e sanitaria, e civile, toccare un morto o una donna affetta da emorragie, significava rendersi ritualmente impuro, e quindi essere esclusi dalla comunità religiosa e dalla comunità sociale, fin quando non si fosse rientrati in stato di purità, attraverso il  rito previsto. L’Antico Testamento, la fede di Israele, metteva la malattia e l’ammalato sotto il segno della separazione, della esclusione da Dio, nel non poter più partecipare ai riti religiosi e nella esclusione dalla vita sociale, dalla famiglia e dagli altri.

E, invece, Gesù, come primo gesto che compie nei confronti della donna e della bambina, si lascia toccare dalla prima e  tocca la seconda; quasi come per rompere il tabù e ristabilire l’ordine, raggiungendo il malato nella profondità della propria solitudine, senza arrendersi alla solitudine; senza arrendersi neppure a quella solitudine dell’ammalato che è voluta da lui, che è cercata da lui e nella quale, tante volte, ci si arrotola dentro, quasi in una specie di meccanismo autolesionistico, per cui il male moltiplica sé stesso. Allora, il primo gesto che Gesù fa ha il significato di rompere l’isolamento, di rompere la solitudine della persona malata; e, ripeto, non è un gesto né scontato , né banale; perché voleva dire violare la legge sanitaria, civile e religiosa: Gesù diventava ritualmente impuro con quel gesto, perché si contaminava; una donna che aveva emorragie di sangue mestruale era una donna ritualmente impura, e non poteva essere toccata senza diventare a propria volta impuri. Ancora di più il contatto con un cadavere!

Perché insistere su questo aspetto del contatto fisico? Certamente anche per rilevare che la prima terapia che Gesù instaura non è una terapia tecnica, professionale; ma è una terapia umana; è una terapia spirituale, che ristabilisce la comunione con la persona, ricostruisce il ponte della comunicazione e raggiunge la persona nella lontananza della propria solitudine e anche della propria disperazione: perché l’emorroissa era una donna disperata!

Ma c’è anche un altro elemento da cogliere.

La malattia fisica, secondo la visione biblica e del Vangelo, non è semplicemente un fatto organico; è un fatto globale; è un fatto umano nel senso più profondo. Vale a dire: la malattia fisica è il sintomo, quindi l’esterna evidenza di una interiore frattura che c’è nella persona, di una interiore disarmonia, di un interiore disagio. Perché c’è la malattia fisica? Perché l’uomo è malato nella sua radice; questa è la condizione dell’uomo. Ed essendo malato, ferito nella sua radice, la disarmonia del profondo si evidenzia anche a livello fisico, ai fini della funzionalità, come patologia, appunto.

Però, attenzione bene.

Questo fatto, biblicamente molto importante, si prestava, però, ad una interpretazione perversa. Cioè: è vero che la malattia è un sintomo del male, una delle molte  manifestazioni con cui il male colpisce l’uomo, ed è l’apparenza esterna di un disagio e di una frattura interiore più profonda; questo è vero; ma non in senso personale; la malattia non è mai espressione di una colpa personale, ma  semplicemente di un disagio che inerisce alla natura umana in quanto tale, non alla singola persona. Invece, al tempo di Gesù, l’ebraismo e soprattutto il fariseismo, aveva fatto un passaggio davvero micidiale, che, peraltro, di tanto in tanto, si riaffaccia anche in noi cristiani. Cioè, quando si poneva la domanda “perché questa persona è malata?” – problema teologico, filosofico, che va al di là della questione “ di che cosa è malata? come si è ammalata? come si cura? Questione che riguarda i medici. – “qual è il perché profondo della malattia? perché esiste la malattia?” la risposta biblica è, come abbiamo visto, perché l’uomo è rotto dentro; la natura umana è stata spezzata nella sua armonia nella sua profondità. Invece, al tempo di Gesù, soprattutto il fariseismo, trasformò l’assunto biblico in un altro: “perché quest’uomo è malato? A causa della colpa; di quale colpa? Della sua colpa!”  E allora il malato diventava colpevole e la malattia diventava il sintomo non di una generale disarmonia che riguarda la natura umana; ma di una disarmonia personale che riguarda quella persona lì. “ Tu sei malato a causa delle tue colpe; e la tua malattia è la punizione per le colpe di cui ti sei macchiato. Dunque, non solo sei malato; ma sei anche colpevole”. La negatività, come si vede, moltiplicava sé stessa; l’esclusione moltiplicava sé stessa.

Ma Gesù… Ricordiamo la domanda dei discepoli a Gesù nel capitolo nono del Vangelo di Giovanni, l’episodio del cieco nato: “ Signore, chi ha peccato, lui o i suoi genitori?”

Era così: la malattia era una punizione e il malato un colpevole. E allora la sanità era sintomo della libertà dalla colpa, e il sano è un innocente, un premiato da Dio, un non castigato, un eletto. Assunto micidiale. Ma Gesù lo spezza quando dice: “Né lui, né i suoi genitori. Ma affinché si manifestasse in lui la gloria di Dio!”.

Questo concetto della malattia come punizione individuale per colpe individuali, deve essere tenuto sempre presente, perché, come si è detto anche prima, di tanto in tanto si riaffaccia anche oggi, anche fra noi cristiani; e non solo per l’attribuzione alla persona della colpa per il problema che porta; ma anche perché, a volte, è la persona malata stessa che incolpa sé stessa, quando dice: “ Ma che ho fatto io di tanto male, per essere colpito così? In cosa sono colpevole davanti a Dio?”

Un modo di pensare e di ragionare, che Gesù ha veramente e definitivamente spezzato, come narra il Vangelo.

Un’altra considerazione peraltro c’è da fare su questo contatto di Gesù  con i malati, questo toccare e lasciarsi toccare. L’Evangelista, con questa sua insistenza sul fatto che l’emorroissa vuol toccare Gesù e sul fatto che Gesù prende per mano la bambina, su questo contatto fra Gesù e le malate, ci vuole anche dire che la malattia non è soltanto un fato neutro: è normale, capita, fa parte della vita. In realtà ci invita a scendere al livello più profondo, come a dire: “ stai attento, guarda; attraverso questa malattia, il Signore ti sta toccando, ti raggiunge, ti visita; questa malattia non è segno di esclusione, di emarginazione, o, peggio ancora, di condanna; non è il momento in cui Dio si nega a te; non è il momento in cui i cieli si chiudono e diventano cieli di rame. Questo è il momento in cui il Signore sta toccando la tua vita; cioè, questo è un momento di grazia”.

Questo concetto è bene ribadirlo; e tenerlo sempre presente dentro di noi, perché si tratta di un’affermazione che rovescia tutti i nostri alfabeti. Il Signore ci sta dicendo che anche la disgrazia può essere una grazia; che anche la disgrazia può diventare un momento di fecondità; un momento di incontro; un momento in cui la vita rimane, misteriosamente ma realmente promossa; un momento in cui la persona non è repressa, non è schiacciata, ma è accresciuta.Certo, non nelle dimensioni dell’efficienza, non nelle dimensioni della funzionalità, non nelle dimensioni dell’estetica e dell’appariscenza; ma nelle dimensioni più profonde e più decisive dell’essere persona e dell’essere Dio: quella disgrazia è un momento di grazia; è un momento in cui Dio sta toccando la tua vita.

Ancora un’altra considerazione ci suggerisce questo passo evangelico.

Se, come abbiamo detto, il primo fondamentale passo verso il processo di guarigione è il riconoscimento e l’accettazione della propria realtà di malato, il secondo passo è l’uscita da sé stesso, l’uscita dalla propria solitudine e l’affidamento nella fede.

Fra i due episodi, dicevamo, c’è una continuità tematica ed anche una continuità spirituale; quest’ultima è sotto il segno della fede. Gesù dice alla donna: “la tua fede ti ha salvato”; e a Giairo:”continua soltanto a fidarti”.

Ora, che fede è, quella di cui si tratta? La fede della donna, a ben vedere, è una fede magica. La donna cerca il talismano; “ che io possa anche soltanto toccare un lembo del suo mantello….” La donna parte con una fede molto debole, timida. Oggi, non l’avremmo probabilmente né battezzata né cresimata; perché non ha una fede formata; perché non è adulta nella fede; perché crede nel talismano, nel mantello; una fede, per così dire, in cammino. E Gesù non rifiuta quell’abbozzo di fede, quel pur minuscolo frammento di fede; ma la raccoglie e, da fede nel mantello, la fa diventare incontro. Gesù la cerca, la cerca; chiede, “chi mi ha toccato?” e nonostante lo scetticismo dei discepoli, la individua volgendosi con lo sguardo; e che le dice? “Donna – parla solo Gesù, perché la donna, dice il Vangelo, confusa e tremante, non alza nemmeno la testa; inginocchiata davanti a Lui non sa quel che dire; prega, e basta; ed è appunto Gesù che la chiama; è Lui che avvia il dialogo – la tua fede ti ha salvato”: Come a dire: non t’ha salvato il mantello; ti ha salvato la fede: una fiducia più forte della tua malattia.  Ecco, siamo dunque di fronte ad una fede sulla strada, ad una fede in cammino, che parte dalla magia, come fede nel talismano, nel mantello, per poi diventare dialogo ed incontro con Gesù, diventare fede in Gesù.

E dopo?  E dopo il cammino della fede prosegue con Giairo. Il quale, almeno in apparenza, ha fede, e professa la sua fede nel Signore. Però deve poi fare i conti con la delusione della fede, cioè con l’esperienza di una fede non esaudita, di una richiesta non accolta. Quest’uomo, che aveva fede, che ha cercato Gesù, la persona di Gesù, non il suo mantello; perché aveva fede in Lui; quest’uomo che stava per ottenere il frutto della sua fede, viene deluso: “lascia perdere, tua figlia, ormai, è morta”.

Questa è la persona malata, sofferente, che è chiamata a fare i conti con una fede delusa: quando Dio ti delude e non esaudisce le preghiere che Gli si rivolgono, e sembra piantarti in asso, sembra dire di no.  Esperienza della fede delusa.

Che non ha fatto solo Giairo, però..

Abramo. La promessa di Dio: diventerai un popolo… Un unico figlio, a stento, quando ormai è vecchio, e, con lui, Sara, già sterile, che quando si sente dire che avrà un figlio, si mette a ridere.
E poi?
Quell’unico figlio “ portalo sul monte e immolalo”.

E Mosè. “ prendi questo popolo e portalo fuori dall’Egitto; guidalo verso la Terra promessa, la terra dove scorre latte e miele; la terra che io ho promesso ai tuoi padri Abramo, Isacco e Giacobbe.” E poi? “ Com’eran dolci le cipolle d’Egitto.”
E “ ci ha portato a morire nel deserto?”, tutto questo mormorare contro Dio, e Mosè che deve continuare a credere, nonostante la delusione quotidiana della promessa che Dio gli ha fatto: che questo popolo sarà un popolo grande e possederà la terra.
E, intanto, muore nel deserto.

E l’esperienza di Maria?
Questa ragazza che ha un suo sogno, un suo progetto di vita; e se lo vede in un certo senso sottrarre da Dio, che le chiede di rinunciare, per entrare in un altro progetto , il progetto che su di lei ha il Signore; progetto che porterà il figlio da lei concepito a morire sulla croce.
Eppure dice “Eccomi. Io sono la serva del Signore. Avvenga di me…

Tutto questo per dire che l’esperienza di Dio che ti delude è un’esperienza normale; non limitata a qualche sfortunato; ma un’esperienza che facciamo tutti. E quando si tratta di malati e di malattia, l’esperienza di un Dio che ti delude è frequentemente quella della guarigione richiesta e non concessa.  Ma la risposta di Gesù è sempre la stessa: “ non avere paura, continua soltanto a fidarti”. E’ la risposta di Gesù a Giairo; ma è anche la risposta a ciascuno di noi; a tutte le nostre delusioni nel cammino della malattia, così come, del resto, nel cammino della vita.

In conclusione, il punto di sintesi di tutte le considerazioni fin qui fatte, sta proprio nella risposta che Gesù dà all’emorroissa: “ la tua fede ti ha salvato”; e a Giairo: “continua soltanto a fidarti”.

Ecco! Il ponte, grande, alto e stretto, tanto da dare le vertigini; tanto che tante volte ti verrebbe di tornare indietro, il ponte sul quale noi possiamo varcare l’abisso profondo, fisico, psichico e spirituale della malattia, della malattia grave, fino alla morte, quel ponte, è quella parola: “fidati”; che vuol dire, in sostanza: “guarda, devi essere più sicuro di me che di te stesso; più sicuro della mia parola, che della tua paura!”.  E’ questa la strada sulla quale si vince la malattia: Non perché la malattia viene abrogata, cancellata; ma perché la malattia viene percorsa, trapassata e superata. Nel percorrerla e nel trapassarla, tutti quanti rimaniamo colpiti e feriti. Ma con quell’esile alto, stretto ponte, ci viene permesso di superarla e di approdare – l’annuncio cristiano è questo – alla pienezza di vita; rispetto alla quale la malattia rappresentava una minaccia, una paura, una sottrazione; e che, invece, nelle mani del Signore, diventa lo strumento per raggiungere, in maniera efficace e decisiva la pienezza di vita, appunto.

Ecco. Sostanzialmente, la riflessione sul tema dell’incontro fra Gesù e il malato , al di là di altre possibili e pure importanti considerazioni, consiste nell’ubbidire a questa parola semplice: “fidati”; perché è solo quel fidarsi che ti guarisce e ti salva.

Questa vuol essere anche una consegna per le nostre malattie; ma anche un suggerimento per come avvicinarsi al letto del malato, con che cuore, con quali gesti: come persone che mentre guardano il sintomo hanno occhi profondi per saper cogliere che in quel momento il Signore sta toccando una vita, una persona; e quel tocco di Dio è essenziale, sia per la persona, sia per chi gli sta accanto.

I medici sono, in certo modo, a servizio di quel tocco.

 

Associazione Medici Cattoliciultima modifica: 2008-07-21T09:00:00+02:00da sarabarone
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